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MASSIMO BONTEMPELLI: IL SESSANTOTTO. UN ANNO DA CAPIRE di Marino Badiale
Scritto da Giampiero   
lunedì 12 maggio 2008
Il titolo di questo libro enuncia un’idea precisa: il Sessantotto non va celebrato, attaccato o difeso, ma va per prima cosa capito. In quest’opera di comprensione, necessaria anche per capire il nostro presente, Bontempelli utilizza approcci apparentemente diversi ma che in realtà convergono verso un’interpretazione unitaria. Proviamo a sintetizzarla: il Sessantotto è il momento storico che conclude la storia della sinistra del Novecento.
Esso rappresenta una conclusione, e non l’inizio di una "nuova sinistra", perché, nonostante la correttezza di molte delle istanze allora poste, il movimento è radicalmente incapace di porsi all’altezza dei problemi che esso stesso solleva, e questa incapacità deriva dai profondi limiti del movimento stesso, e in particolare dei suoi leader.
Nell’analisi di questi limiti Bontempelli introduce una categoria di origine psicologica, quella di "narcisismo", utilizzandola in un contesto di interpretazione non psicologica ma storico-sociale.
Il narcisismo di cui danno prova i vari leaderini del Sessantotto, e che fu uno dei motivi del suo sfaldarsi senza aver dato un esito alle sue istanze migliori, non è un fatto casuale, ma è il risultato di una nuova fase storica, e in particolare della nuova realtà antropologica prodotta dalla società dei
consumi.
Questa analisi del Sessantotto in termini di "narcisismo" è uno degli assi fondamentali del testo di Bontempelli. Esso contiene però molte altre cose. Il lettore vi potrà trovare una narrazione storica avvincente del Sessantotto italiano, con la sua preparazione nel 1966-67 e la sua
conclusione nel dicembre del 1969 (per Bontempelli l’inizio della "strategia della tensione" segna la fine del movimento del 1968).
Inoltre, pur concentrandosi sul Sessantotto italiano, Bontempelli discute alcuni dei fenomeni internazionali la cui interazione col Sessantotto italiano meglio permette di capirlo: il Vietnam, il Sessantotto francese e tedesco, la rivoluzione culturale cinese, l’agosto cecoslovacco. L’autore propone interpretazioni originali e avvincenti.
Riassumiamo, come esempio, l’analisi che Bontempelli compie della vicenda cecoslovacca. Da una parte la "Primavera di Praga" è giudicata come l’ultima possibilità di riforma interna e di autocorrezione del "socialismo reale", per cui, afferma Bontempelli, la sua sconfitta ha in sostanza preparato la resa del "socialismo reale" al "capitalismo reale", cioè la fine del "campo socialista" che precipiterà vent’anni dopo.
Dall’altra, la reazione di indifferenza e di fastidio dei contestatori sessantottini nei confronti della repressione sovietica della Primavera di Praga è indice di quei limiti di cui si diceva sopra. I contestatori avvertono che nella Primavera di Praga vengono posti come valori alcuni dei principi borghesi che loro contestano, e questo li infastidisce.
Sono incapaci di cogliere, nella vicenda cecoslovacca, l’articolazione di diverse linee di tendenza sociopolitiche, e rimuovono la complessità di quella situazione con poche formulette pseudomarxiste.
Come spiega Bontempelli "ciò che essi non sanno di loro stessi è che il lato migliore e più valido della loro contestazione è nato in loro dalla cultura ereditata dai loro padri, ed il giusto rivolgersi contro i lati negativi di quella cultura esigerebbe di essere accompagnato, per essere davvero rivoluzionario, dalla consapevolezza, che però non può esserci in una personalità narcisistica, che il superamento del capitalismo passa per la rettifica e l’inveramento, non la distruzione, dei valori borghesi".
Il testo può essere richiesto direttamente alla CUEC (Coopertiva Universitaria Editrice Cagliaritana). Sito internet www.cuec.eu; tel. 070-291201, 070-271575; email: Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
 
QUANDO DIO RIMANE SOLO
Scritto da Giampiero   
lunedì 05 maggio 2008
Mimmo De Cillis, recensendo (www.lettera22.it, 20.4.2007) il libro del vaticanista Francesco Peloso Se Dio resta solo (ed. Lindau, 2007), osserva che "la crisi della vocazioni al sacerdozio devasta la chiesa cattolica in lungo e in largo, a tutte le latitudini" e ricorda il "grido d’allarme lanciato dagli stessi vescovi cattolici di tutto il mondo, riuniti nell’ultimo sinodo convocato da Benedetto XVI nell’ottobre 2005. Un grido lancinante che aveva l’Europa come cuore della crisi, in una ferita che il fervore delle giovani chiese – quelle africane, in parte quelle asiatiche e latinoamericane – solo in parte riesce a curare".
Dal sud un tempo cattolico alla Francia razionalista, dal nord protestante all’est ex-comunista e ormai convertito massicciamente alla nuova religione dei consumi, possiamo dire che l’Europa non è più un continente cristiano: "I dati ufficiali sulle ordinazioni di nuovi preti e suore, diffusi dal Vaticano, non lasciano dubbi: negli ultimi 25-30 anni i sacerdoti in Europa sono diminuiti di oltre il 20%, ma è tutto l’Occidente a segnare un inarrestabile declino. Stessa tendenza tocca i ‘consacrati’, cioè suore e frati appartenenti alle congregazioni religiose: nell’arco di tempo che va dal 1978 al 2004 gli uomini sono diminuiti del 27%, le donne del 22%".
De Cillis conclude la sua recensione in un modo che fa riflettere: "Benedetto si prepara, negli ultimi anni di pontificato, a governare la decadenza. Più che dell’alba, la sua sembra una chiesa del tramonto".
Dello stesso tono un articolo apparso su "Repubblica" (19.11.2007), a firma di Salvo Intravaia, che riporta i dati di un dossier della CEI sulla frequenza dell'ora di religione cattolica a scuola: "Nelle regioni settentrionali sono in totale più di un quarto gli studenti che preferiscono una attività alternativa a quella di religione. Ma è nelle grandi città che nel corso degli ultimi anni il fenomeno ha assunto dimensioni tali da fare preoccupare gli stessi addetti ai lavori".
Nelle sole scuole di Milano sono più di centomila gli studenti che non frequentano l’ora di religione (un terzo del totale, come a Torino, Venezia, Genova e Roma), ma la percentuale aumenta a Bologna (47%) e Firenze (58,7%): "In totale sono oltre 300 mila gli studenti italiani delle scuole superiori che disertano l'ora di religione. Nel 2000-2001 erano 218 mila. In parte la fuga dall'ora di Religione può essere attribuita alla crescente presenza degli stranieri in classe. Ma non è sufficiente: anche sottraendo tutti gli alunni non italiani dal numero di coloro che ‘non si avvalgono’ il trend è comunque in crescita".
 
SE QUESTO E' UN "POPOLO"
Scritto da Giampiero   
lunedì 28 aprile 2008
Il 9 aprile del 2006, pochi giorni prima delle elezioni, si tennero a Parma i funerali del piccolo Tommaso Onofri, rapito e ucciso a soli 17 mesi. Ai funerali, trasmessi in diretta tv, parteciparono cinquantamila persone e vari uomini politici. Per l’occasione Giulietto Chiesa scrisse queste riflessioni, apparse su «MicroMega» (n. 8, 2006). "Mi chiedo, istintivamente prima ancora che razionalmente, in quale paese viviamo, e che cosa e come voteranno oggi, quei cinquantamila che hanno sentito il bisogno di andare a vedere i funerali, il dolore degli altri, magari per sentirsene partecipi, per condividere un po' della commozione genuina di coloro che hanno davvero sofferto. Mi domando, soprattutto, cosa voteranno coloro, non posso immaginare quanti, che hanno guardato la diretta televisiva, vivendo i funerali di un bambino, ucciso dagli orchi, come se fosse un grande spettacolo. Ci sarebbero state, in piazza, quelle cinquantamila persone, se non ci fosse stata la diretta televisiva? O, per meglio dire, ci sarebbero state se la tv e i media non avessero trasformato una piccola tragedia in un caso nazionale?". Chi programma i palinsesti televisivi afferma di essere soltanto un interprete della volontà popolare e questo, dice Chiesa "sposta la faccenda dal tema del «favore popolare» (ovviamente inesistente perché il «popolo», come lo intendono i pubblicitari - e come è ormai dimostrato dalla trasformazione di miliardi di individui in consumatori compulsivi - consuma ciò che gli viene propinato dalla televisione) al tema della democrazia". E finalmente la domanda pesante, cruciale: "Ma che tipo di democrazia è questa, in cui milioni e milioni sono manipolati e privati di ogni possibilità di sapere come stanno in realtà le cose; in cui la superstizione viene corteggiata e usata, invece che combattuta?".
 
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